Quando Sergio aprì gli occhi alla luce, portò con se questo segreto e non lo rivelò mai, la sua vita però era “segnata”, ...

SERGIO PODDIGHE di claudio alessandri

postato da 1639847951 il 20/04/2012
Categoria: Cultura e Società - tags: arte e cultura
SERGIO PODDIGHE

SERGIO PODDIGHE

 

La prima volta che incontrai  Sergio Poddighe, tanti anni addietro, mi trovai a conversare piacevolmente con un giovane artista “fresco” d’Accademia, educato, culturalmente preparato, per nulla tronfio come “un otre gonfia di vento”,  sensazione spiacevole provata in precedenza intrattenendomi con ragazzi e ragazze anch’essi appena “licenziati” dal “tempio” dell’arte palermitana, convinti di essere all’apice della notorietà artistica, fulminati, invece, da una realtà che ha atterrato ogni velleità di affermazione nel vortice ubriacante di una realtà, a dir poco avvilente volgendosi ben presto a lavori dignitosi ma estranei all’arte, o ancora non del tutto vinti, hanno tentato l’”avventura” nel mondo “asfittico” delle Gallerie palermitane, poco propense a promuovere le “nuove promesse”, locali, tutte protese al guadagno facile, senza rischi e costi, dopo avere sborsato, in alcuni casi, somme considerevoli senza ottenere alcun risultato tangibile, hanno abbandonato, continuando a vivere con il ricordo delle nobili aspirazioni giovanili, vanificate dall’assurda legge del mercato e dell’ottusità della classe dirigente palermitana, ma non dico nulla di nuovo.

Per Poddighe, pur essendo notevolmente dotato, e per di più, propugnatore di un arte “fuori dagli schemi, non leziosa, sottratta all’imperante stile “astratto” che, a mio parere, ha solo se supportato da una grande padronanza del disegno ed una non meno sensibilità per le armonie coloristiche.

 

Dicevo, parlavo con Poddighe in un tardo pomeriggio di primavera all’ombra di un glicine odoroso, dovevamo concordare il tenore di un mio scritto a lui dedicato, in occasione di una delle sue prime personali, quando lui in un passo dove avevo usato aggettivi “roboanti”, Sergio mi interruppe e con educazione, ma risolutamente mi disse: “No, è eccessivo, sono termini che non merito ancora, agli occhi di chi legge potrei apparire ridicolo”. Incassai il colpo di quella lezione, non di falsa umiltà, ma di giovanile saggezza, mi è servita e mi serve ancora oggi, per non rendermi “ridicolo” è  nell’arte è nella vita.

 

Era chiaro che Sergio era un corpo avulso dalla realtà del mondo artistico palermitano, per indole tranquilla, ma non per questo meno conscio delle sue qualità ed allora che fare? Non rimaneva che percorrere la “via dolorosa” già affrontata da altri artisti siciliani; andare via da Palermo e cercare lavoro e comprensioni in altri luoghi della Penisola. Dopo più, o meno prolungata permanenza fuori dall’Italia, più per arricchire le sue conoscenze pittoriche  che per percorrere sentieri avventurosi, forse stimolanti per un animo pronto a recepire pulsioni culturali e trepidi amori, ma anche illusorio miraggio di futuri allori e lauti guadagni.

 

Per Sergio era impensabile un’attrazione dagli esiti bramosi, per lui l’unica attrazione era per l’arte, intesa nel più ampio dei termini.

Non la ragione, ma l’istinto, una voce lontana, questa volta gridò la sua decisione, tornato in Sicilia, e non per poco tempo, constatò con infinita delusione che nulla era mutato, nell’arte come nella mentalità retriva, tranne per qualche illuminata eccezione, tanto da soffocare ogni desiderio di conoscenza, inutile anzi dispersivo per la generalità della gente, aperta solo alle iniziative che, comportavano, facili arricchimenti, non sempre alla luce del sole.

 

E Sergio si trovò a dovere “rifare i conti” con ambienti pervasi da gretto affarismo, lontanissimi dalla sua mentalità e allora, che fare? Neanche a dirlo, ripercorrere la “via dolorosa” verso mete più propizie già seguite in precedenza da innumerevoli artisti conterranei divenuti, negli anni, più o meno famosi.

L’occasione da cogliere al volo gli si presentò quando si rese disponibile una cattedra di Discipline Pittoriche presso l’Istituto Statale d’Arte di Arezzo.

 

Da quel momento di Poddighe non seppi più nulla. Di lui mi rimase uno splendido ricordo, la triste sensazione di non avere fatto abbastanza per porlo all’attenzione del mondo artistico siciliano, allora lo ritenevo ancora possibile e per questo scrissi un articolo che, allora, mi parve illuminante per salvarlo da una dolorosa diaspora, ero ancora giovane allora e pieno di entusiasmo, oggi, a leggere quello scritto rivivo tutte le delusioni di una vita dedicata all’arte, allora, come oggi, ritenevo e ritengo un “carisma” troppo limpido e straordinario per essere preda della frenesia del denaro di coloro che, purtroppo, governano il mondo, dell’arte in Italia, come nel resto del globo; pura utopia ed a rileggere quello scritto mi sento tanto un “Don Chisciotte”  fuori dal tempo e tutto proteso a “memore” fendenti  ad imponibili mulini a vento.

Sergio però custodiva gelosamente uno straordinario segreto, era “vissuto due volte”. Non sono impazzito, è la pura realtà. Quando venne al mondo, da una madre già avanti negli anni, non dava segni di vita ed il medico non esitò ad abbandonarlo su un lettino, poco distante, ma all’improvviso diede segni di vita, la sua “seconda vita”.

 

Lo straordinario sta’ nel fatto che nei pochi minuti della sua morte – non – morte aveva vissuto e visto meraviglie di un mondo non fisico al quale si può accedere solo in una vita di “puro spirito”.

 

Quando Sergio aprì gli occhi alla luce, portò con se questo segreto e non  lo rivelò mai, la sua vita però era “segnata”, gli era stata affidata una missione, un qualcosa di soprannaturale che pesava come un macigno su di una mente alfine assolutamente legata alla normalità di una vita terrena, anche se già, in giovanissima età, evidenziava notevoli tendenze artistiche.

 

Fu quindi naturale, giunto in età scolare, che Sergio si indirizzasse,  prima, alla frequenza del liceo artistico della sua città e, in un secondo momento l’Accademia non a Palermo, ma a Roma, per quella isolana erano finiti i tempi di Francesco Lojacono, Antonino Leto e di Pippo Rizzo e di altri non meno dotati; era iniziato un periodo di transizione caratterizzato da professori il cui insegnamento risentiva dei “vecchi” insegnamenti, ma in modo “anemico”, privo di mordente, o proteso ad un modernismo spesso malinteso, tutto teso ad una irragionevole critica ad un classicismo, forse non condiviso per naturale desiderio di dire qualcosa di nuovo, ma più spesso non compreso per cecità culturale.

                                                                             Claudio Alessandri

articolo di claudio alessandri scritto anni fa, inserito da anna scorsone