L’anniversario dei trenta anni dai fatti di Tienanmen si inserisce in un momento di particolare difficoltà per la Cina, dovuta alla questione dei dazi americani. L’analisi di quei fatti, dopo tre...

La Cina attuale si fonda anche sulla repressione di Tienanmen

postato da monitoreinter il 03/06/2019
Categoria: Estero - tags: cina + tienanmen

L’anniversario dei trenta anni dai fatti di Tienanmen si inserisce in un momento di particolare difficoltà per la Cina, dovuta alla questione dei dazi americani. L’analisi di quei fatti, dopo tre decenni è stata fatta sotto diverse forme, ma, pubblicamente soltanto all’estero; per i media cinesi ricordare la rivolta studentesca è ancora tabù. Si tratta di un argomento che non viene trattato perchè c’è l’evidente timore di un ritorno di quel sentimento in un momento dove i problemi dei diritti civili non sono evidenziati ma esistono concretamente. Soltanto per la questione del lavoro, gli scioperi sono sempre più frequenti per le condizioni con cui sono trattati i lavoratori e per troppo spesso mancata corresponsione dei salari. La corruzione è un autentico punto debole del paese, che crea il malfunzionamento della cosa pubblica e genera parecchia diffidenza verso i poteri centrali, che non forniscono la percezione di combattere adeguatamente il fenomeno. Anche la politica finanziaria del governo, che continua ad investire all’estero per ribadire la propria leadership mondiale è vista con contrarietà perchè ad essa non corrisponde una uguale mole di investimenti destinate alle campagne ed ai territori più sottosviluppati del paese. Ci sono, quindi, evidenti motivi di prreoccupazione, tali da non indugiare nel ricordo di quei fatti. Dalla repressione di trenta anni fa è partita la strategia cinese di sacrificare le libertà individuali a favore dello sviluppo economico: Tienanmen è stata la base pratica da cui è partita la Cina odierna. Apparentemente i cinesi hanno barattato il benessere economico con i diritti civili, ma questa non è stata una scelta, è stata una imposizione per impiegare la forza lavoro senza vincoli di controllo, se non quelli che rientrano nelle elaborazioni finanziarie del partito. Il comunismo cinese ha completamente deviato dalle dottrine di Marx, creando profonda ineguaglianza, tanto che i suoi metodi nei confronti dei lavoratori sono invidiati dai capitalisti e dagli industriali occidentali, che devono trattare con sindacati e partiti. Se in patria si continua a mantenere il silenzio su Tienanmen, l’idea dei politici cinesi è chiara: la repressione è stata funzionale al mantenimento degli equilibri interni, sopratutto funzionale agli interessi dei burocrati del partito. Ma se in Cina l’assenza di dichiarazioni ufficiali è la regola, all’estero esponenti del governo di Pechino, come il ministro della difesa a Singapore, hanno dichiarato che la repressione è servita per portare il paese all’attuale stato di sviluppo. Queste convinzioni rivelano, se ce ne fosse bisogno, come i responsabili della politica cinese tengano in conto gli argomenti dei diritti e delle libertà civili; il fatto che considerino un aspetto positivo la repressione, perchè funzionale a permettere al paese di essere diventato la seconda potenza economica mondiale, deve imporre ia paesi occidentali delle serie riflessioni sull’impiego di capitali cinesi all’interno dei propri confini. L’attuale espansionismo cinese ha rivelato aspetti non proprio positivi già in Africa sui quali l’Europa deve porsi interrogativi molto chiari. D’altronde un paese che non riesce a compiere una riflessione su di un fatto così grave evidenzia problemi molto chiari ed un atteggiamento che dovrebbe essere inconciliabile con le democrazie occidentali. La questione dei diritti dovrebbe essere un argomento di valutazione delle relazioni internazionali tra paesi diversi, purtroppo ora si preferisce la liquidità finanziaria credendo che le nostre conquiste su questi temi siano inviolabili. La precezione di pericolosità di trattare con il regime cinese, con il quale, peraltro, è impossibile non trattare, è attenuata dalle possibili opportunità economiche, ma ciò non fa che aumentare l’insidia di Pechino, che sembra volere trattare gli stati come tratta i suoi cittadini, cioè dando loro l’illusione di un maggiore benessere pagato, però, a prezzo carissimo.