Un concetto che accomuna sia il consumo di cocaina che di crack, come anche ogni altra forma di addictive behaviors, é quello di craving.
postato da silvia79 il 22/05/2020
Categoria: Medicina e Salute - tags: cocaina + dipendenza + droghe + psicologo pescara + psicoterapeuta pescara
psicologa Pescara Silvia Colangelo

Silvia Colangelo Psicologa Psicoterapeuta cognitivo-comportamentale, esporrà una breve sintesi  delle principali forme chimiche nelle quali è possibile trovare disponibilità di cocaina.

Ci sono essenzialmente due forme chimiche della cocaina: il sale cloridrato e il ‘freebase’. Il sale cloridrato, forma in polvere della cocaina, si dissolve nell’acqua e, quando si utilizza, può essere assunta per via endovenosa o inalata. La cocaina ‘freebase’, ovvero cocaina sotto forma di base libera, si riferisce ad un composto che non é stato neutralizzato con un acido per produrre il sale cloridrato. La forma freebase é quella che viene fumata.

Conosciuta come ‘coke’, ‘C’, ‘snow’, ‘flake’, o ‘blow’, la cocaina viene solitamente venduta per strada sotto forma di polvere bianca, fine e cristallina. Generalmente gli spacciatori la mescolano con altre sostanze come maizena, talco, mannitolo e/o zucchero o con certe droghe come la procaina, un anestetico locale di composizione chimica simile, o ancora con altri stimolanti come le anfetamine.

Il crack, nome comune dato alla forma freebase della cocaina, é ottenuto trasformando quest’ultima da polvere in sostanza che possa essere fumata (il termine “crack” si riferisce proprio allo scricchiolio che si sente quando la si fuma). La cocaina crack si ottiene attraverso un processo chimico utilizzando ammoniaca o bicarbonato di sodio e acqua ed é scaldata per eliminare il cloridrato. Proprio perché viene fumato, il crack dà euforia in meno di dieci secondi. Quest’effetto, piuttosto rapido ed immediato, é una delle ragioni dell’enorme popolarità raggiunta dal crack alla metà degli anni Ottanta. Un’altra ragione é il modico costo sia per la lavorazione che per l’acquisto di questa sostanza.

Un concetto che accomuna sia il consumo di cocaina che di crack, come anche ogni altra forma di addictive behaviors, é quello di craving. Per craving si intende la condizione sindromica di base delle addiction, caratterizzata da un’urgenza appetitiva di ricerca di piacere e una messa in atto irriducibile, anche a svantaggio della stessa volontà del soggetto. Potremmo dire una ‘fame viscerale’ e travolgente che sottovaluta il rischio e disconosce le possibili conseguenze negative. Il concetto di craving si pone in stretta relazione a quello del piacere, o meglio, ad una ricerca morbosa del piacere, di tipo appetitivo, che si associa all’eccitazione comportamentale e che é in grado di facilitare l’apprendimento incentivo pavloviano.

Nelle dipendenze patologiche lo stato di piacere appetitivo, associato all’eccitazione euforica prodotta dal farmaco, gioca probabilmente un ruolo di rinforzo. Da ciò risulta un’abnorme e compulsiva capacità degli stimoli condizionati dalle droghe di motivare il comportamento (craving).

Il craving assume, nelle diverse addiction, le caratteristiche dell’impellenza e della compulsività, soprattutto in presenza di specifici stimoli interni o esterni, e la forte attrazione, impulsiva e compulsiva, verso il comportamento di dipendenza, va ben oltre l’oggetto-droga di per sé. Il craving tende infatti ad attivarsi in presenza di stimoli ambientali che richiamano l’incontro con la sostanza, ma anche in risposta ad eventi stressanti o a particolari situazioni emotive. Il ritiro negli stati mentali dissociati del comportamento dipendente, a sua volta, rinforzerebbe ulteriormente il meccanismo della compulsività.

Caretti, Craparo e Schimmenti (2008) hanno proposto tre criteri per la diagnosi di dipendenza patologica:

1. ossessività: pensieri e immagini ricorsivi circa le esperienze di dipendenza. Tali pensieri sono egosintonici e, allo stesso tempo, sono causa di ansia e disagio marcati;

2. impulsività: si manifesta con irrequietezza, irritabilità o agitazione quando si cerca di resistere al desiderio o quando non é possibile mettere in atto il comportamento di dipendenza;

3. compulsività: comportamenti di dipendenza coatti e ripetitivi che la persona si sente obbligata a mettere in atto anche contro la sua volontà e nonostante le possibili conseguenze negative, come risultato dell’ossessività e dell’impulsività a mettere in atto l’addictive behavior. Tali comportamenti sono volti a evitare stati di disagio o ad alleviare un umore disforico (impotenza, ansia, inadeguatezza).

Le tre dimensioni sopracitate si pongono, secondo gli Autori, alla base del craving.                       

Il craving si manifesta con maggiore forza in soggetti con una particolare instabilità emotiva, una scarsa tolleranza alle frustrazioni, un sentimento di inadeguatezza rispetto alle proprie capacità di gestire le problematiche che emergono nelle relazioni interpersonali.

All’interno di questo spettro ossessivo-impulsivo-compulsivo, antecedente alla condizione di addiction, lo stato mentale disfunzionale del craving viene certamente rinforzato sia dalle rappresentazioni positive associate al piacere della dipendenza, sia dalle rappresentazioni negative e dolorose dell’astinenza, ma anche dalle rappresentazioni connesse alla regolazione degli stati interni, ovvero alla possibilità di contrastare le emergenti emozioni dolorose, l’ansia e l’umore disforico proprio attraverso la messa in atto di dipendenza.

 

Queste riflessioni ci sembrano particolarmente utili, in particolare ai fini di una maggiore comprensione sulle ragioni per cui gli approcci alla cura delle dipendenze patologiche di tipo esclusivamente rieducativo o farmacologico tendono a risultare infruttuosi e inefficaci, specie a lungo termine.


   

Fonte: https://www.silviacolangelo.it/